E’ da un pò di tempo che mi riprometto di scrivere un post su Marx, sia per l’importanza oggettiva della filosofia marxiana sia per il giudizio soggettivo che dò alla filosofia marxiana. Data la lunghezza e la complessità degli argomenti trattati da Marx non ritengo un singolo post un luogo adatto dove poterne discutere sufficientemente, quindi, come è uso di “Briciole di Filosofia”, tratterò qui solo un tema della filosofia marxiana cercando di non trascurare le implicazioni generali di tale tema.

Karl Marx (1818 – 1883) è un filosofo molto coerente, infatti in tutto lo sviluppo della sua opera i diversi “argomenti” si richiamano e giustificano l’un l’altro.
Marx parte da una critica alla filosofia hegeliana e da una parziale accettazione dell’antropologia filosofica di Feuerbach. La filosofia di Hegel è troppo idealistica, rimane troppo staccata dal mondo, è idea di Marx che “i filosofi hanno finora soltanto diversamente interpretato il mondo: si tratta ora invece di trasformarlo.” (da “Tesi su Feuerbach” 1845). Questa critica alla filosofia hegeliana porterà Marx ad identificare come oggetto della propria filosofia l’uomo in quanto tale. Da qui Marx deriva che l’essere dell’uomo è determinato dalla maniera in cui l’uomo si procura i propri mezzi di sostentamento. La filosofia di Marx si incentra quindi sul concetto di lavoro e sull’analisi della struttura economica della società. Dall’analisi della struttura economica deriva il materialismo storico di Marx; il comunismo è invece il naturale sviluppo della struttura economica della società che, spinta dal male dell’alienazione è dialetticamente portata a trasformarsi da capitalista a comunista.
Ma come già accennato non intendo qui esporre tutta la filosofia marxiana, vorrei invece soffermarmi sul concetto di lavoro, concetto già trattato da Hegel, ma, come lo critica Marx, in maniera troppo ideologica.
Secondo Marx l’essenza dell’uomo è determinabile nei rapporti esterni nei rapporti esterni con gli altri uomini, e nei rapporti esterni con la natura che fornisce all’uomo i mezzi di sussistenza. “Si possono distinguere gli uomini dagli animali per la coscienza, per la religione, per tutto quello che si vuole; ma essi cominciarono a distinguersi dagli animali allorchè cominciarono a produrre i loro mezzi di sussistenza, un progresso che è condizionato dalla loro organizzazione fisica. Producendo i loro mezzi di sussistenza, gli uomini producono indirettamente la loro stessa vita materiale.” (da “Ideologia Tedesca” scritta nel 1845 ma pubblicata postuma). L’uomo è dunque il creatore di se stesso attraverso il lavoro, inteso come rapporto attivo con la natura. L’esistenza materiale dell’uomo si riflette infatti nel suo modo d’essere come capacità di realizzazione di sè.
L’essenza dell’essere umano non è dunque nell’interiorità o nella coscienza, ma nell’esteriorità, nel lavoro inteso come rapporto attivo con la natura e con la società. Il lavoro non è dunque una condanna per l’uomo, ma il lavoro è l’uomo stesso nel suo modo specifico di farsi uomo. Il lavoro è l’unica manifestazione della libertà umana, ovvero della capacità di formare la propria esistenza specifica. Ma tale libertà non è una libertà illimitata in quanto è condizionata dai bisogni materiali e dai fattori di produzione già consolidati. Queste sono le condizioni limitative di ogni fase della storia dell’uomo. Questi limiti sono si i limiti dell’uomo ma sono limiti interni alla stessa natura dell’uomo.
Da qui Marx prende ad analizzare i metodi di produzione e la struttura economica della società, considero quindi esaurito il concetto di lavoro in Marx.
In attesa di altri post su Marx, che non mancheranno, vi invito a leggere l’esauriente post di md su Marx: “Che ne è di Marx? Parte seconda”
16 risposte finora ↓
md // 15 Novembre, 2007 a 8:56 pm |
Grazie fiak. Concordo con te sulla centralità del concetto di lavoro in Marx. Bisognerebbe poi chiedersi: che cos’è il lavoro oggi?
Nausicaa // 15 Novembre, 2007 a 9:34 pm |
OT Fiak vieni da me e spiegami quel no comment, ma subito eh!!!
Ulisse // 16 Novembre, 2007 a 12:36 am |
Il lavoro non è dunque una condanna per l’uomo, ma il lavoro è l’uomo stesso nel suo modo specifico di farsi uomo. Il lavoro è l’unica manifestazione della libertà umana, ovvero della capacità di formare la propria esistenza specifica.
Io non so che uomini ha conosciuto Marx, gli uomini che ho conosciuto io lavorano perchè se no non mangiano(e sta cosa non mi sa tanto di libertà)
fiak // 16 Novembre, 2007 a 1:26 am |
@md
A dir la verità al lavoro oggi ci vorrei dedicare un post della rubrica Laboratorio, ma prima tratterò ancora il concetto di lavoro di qualche altro filosofo (uno o due). Ps se intanto tu vuoi elaborare qualcosa ti linko volentieri o se preferisci puoi addirittura postare qui!
@nausicaa
è simpatico questo uso dei commenti a mò di citofono!
@ulisse
Credo che gli uomini che hai conosciuto tu sono gli stessi uomini che ha conosciuto Marx, anzi credo che la situazione nella seconda metà dell’800 fosse un pochettino più accentuata. E’ proprio questo il fatto. Lavori per mangiare e quindi la tua libertà reale, ovvero quello che puoi permetterti di fare e di non fare, è determinato dal tuo lavoro. Naturalmente in una società non capitalista gli operai non sono separati dalla proprietà dei mezzi di produzione, quindi il loro salario non è inferiore al valore economico del loro lavoro. Questo permette agli operai di essere più liberi. E’ l’ideale dell’economia comunista idealizzato da Marx.
md // 16 Novembre, 2007 a 6:04 pm |
Un’altra cosa da considerare è la differenza tra Arbeit (lavoro costrittivo) e Tatigkeit (attività). Marx pensa che in una società libera, dove i mezzi di produzione sono comuni, il tempo dedicato alla necessità (lavorare per mangiare) possa essere ridotto al minimo, anche perché la scienza e la tecnica non sarebbero più al servizio del capitale, ma della collettività, del bene comune. Tutto il resto è tempo liberato: libera attività, appunto.
Ulisse // 16 Novembre, 2007 a 6:24 pm |
Tutti questi ragionamenti partono dall’assioma che l’uomo è solidale, si accontenta di quello che ha e non vuole emergere. Non mi sembra questa la reale natura dell’uomo. Insoma i concetti sono giusti, è il punto di partenza che è sbagliato secondo me. Non si può formulare una teria partendo da come lì’uomo debba essere , ma da come l’uomo è.
fiak // 16 Novembre, 2007 a 8:44 pm |
@md
Grazie per la precisazione.
@Ulisse
Credo che tu giudichi Marx partendo da un pregiudizio. Conosci il comunismo in base a quello che è stato il comunismo nella storia. Secondo Marx il comunismo dovrebbe essere l’abolizione di ogni forma di proprietà privata. In realtà quello che si è realizzato nella storia è quello che Marx definì “comunismo rozzo” ovvero l’attribuzione della proprietà privata allo Stato.
In realtà il fine ultimo del comunismo, secondo Marx, è quello di costruire una società il cui motto è: “Ognuno secondo le sue capacità, a ognuno secondo i propri bisogni.” Marx non parla di un accontentarsi dell’uomo o di un uomo solidale, analizza semplicemente le meccaniche dell’economia, identifica nel capitale il male sociale e ne prevede l’abolizione.
Ulisse // 17 Novembre, 2007 a 3:33 am |
Secondo Marx il comunismo dovrebbe essere l’abolizione di ogni forma di proprietà privata.
Se una cosa è mia ci tengo a trattarla con cura, a valorizzarla a proteggerla, se non è mia …chissenefrega! Vedi secondo me tutto parte sempre da un concetto bello dell’uomo , per carità, ma irreale
md // 17 Novembre, 2007 a 12:58 pm |
@Ulisse: in parte hai ragione, ma da una parte Marx pensa (e anch’io ne sono convinto) che la natura umana non sia un dato immutabile, ma possa anche essere modificata (in meglio o in peggio); in secondo luogo anche il rapporto con le cose (mie, non mie, collettive, del villaggio, del globo, di dio, ecc.) muta storicamente, non è un dato immodificabile; ultima cosa: sentire le cose come “proprie”, e dunque averne cura, anche in un bosco e non solo nel salotto di casa è una questione di educazione e di senso civico, prima ancora che di utopia o comunismo, e nel nostro paese scarseggiano entrambi
fiak // 17 Novembre, 2007 a 1:01 pm |
@ulisse
E’ forse una colpa sperare che l’uomo possa migliorare?
Quoto md
Ulisse // 17 Novembre, 2007 a 2:15 pm |
L’uomo singolo può senz’altro migliorare, 6 miliardi di uomini credo proprio di no.
Prendersi cura dei beni comuni è senz’altro un obiettivo da raggiungere, in altri stati sono molto più bravi di noi. Ma da questo a dire: aboliamo la proprietà privata…
Ma se cicredete così tanto, chi me lo fa fare a pagare l’affitto a bologna, vengo a vivere nella vostra (ops NOSTRA) casa!
fiak // 17 Novembre, 2007 a 4:39 pm |
@ulisse
6 miliardi di uomini sono 6 miliardi di uomini singoli.
Il discorso della proprietà privata e della sua abolizione è un tantino più complesso: il punto focale non è l’abolizione della proprietà di una casa, ma quello del mezzo di produzione.
Esempio: Un operaio viene pagato 1200 euro al mese, ma il lavoro dell’operaio vale 3000 euro al mese. Ora c’è questa disparità perchè l’operaio è separato dalla proprietà delle macchine con le quali lavora, abolendo questa separazione l’operaio sarebbe più libero.
Ricorda il motto: “Ognuno secondo le sue capacità, a ognuno secondo i propri bisogni.”
Ulisse // 17 Novembre, 2007 a 9:24 pm |
Non tieni conto della ricompensa del rischio d’impresa. Il lavoratore prende lo stipendio anke se non si fanno utili, il “capitalista” . (analisi naturalmente molto semplificata)
fiak // 18 Novembre, 2007 a 3:18 pm |
@ulisse
Ma come ci siamo finiti a parlare di questo? Doveva essere un semplice post sul concetto di lavoro…
Cmq io non tengo conto del rischio d’impresa, tu non conto del rischio della vita 1302 morti, 27000 invalidi, 930000 infortunati sono le cifre degli infortuni sul lavoro nel solo 2006!
Ps Leggi l’altro post su Marx
unitone // 17 Settembre, 2008 a 5:28 pm |
Il capitalista rischia per se stesso, la sua impresa ha lo scopo di ricavare un utile personale e non quello di offrire lavoro ai disoccupati, tant’è che se la tecnologia gli permette di fare a meno di qualche dipendente, scattano subito i tagli di personale. L’economia fondata sul mercato e la libera impresa ha come imperativi la produttività, l’utile individuale, la competizione. Non contempla visioni globali, ma solo interessi privati, e anche il più filantropo degli imprenditori per stare a galla deve mantenersi competitivo e quindi produttivo e questo può farlo solo economizzando sull’unica merca in grado di produrre valore: il lavoro (vedi primo libro del capitale cap. IV par. III). Ciò significa che è necessario che su otto ore lavorative quattro servono a guadagnarmi il pane e le altre ad arricchire l’imprenditore, il quale oltre a farmi la gentilezza di darmi da lavorare, decide come investire quel surplus di valore prodotto con il mio lavoro: macchinari che gli permettano di licenziarmi e risparmiare sulla mia busta paga, ville, cavalli, auto o cocaina. E se fallisce? Il rischio non è solo suo perchè io resto a casa, magari a 45 anni e devo ricominciare tutto da zero. Rischiamo entrambi, solo che a reggere le sorti dell’impresa è solo lui.
angelo // 1 Luglio, 2009 a 12:34 pm |
non sono d’accordo