Nietzsche, “La Nascita della Tragedia”

“La Nascita della Tragedia” (1872) è il primo lavoro di Nietzsche. In questo lavoro, strettamente filologico, si possono già scorgere le tematiche che l’autore porterà avanti in tutti i suoi scritti.

la nascita della tragedia

Con questo primo scritto Nietzsche appare subito nella sua unicità. In queste pagine c’è la ricerca e la rivelazione dell’intuizione totale della civiltà greca. Non v’è spazio per un semplice accertamento storico, infatti l’intuizione nicciana è una intenzionale riconquista delle categorie del dionisiaco e dell’apollineo e della loro, perduta, saggezza tragica. La prosa sembra regolata dal respiro wagneriano, lo stile sembra perdersi in una splendida orchestrazione musicale. Nonostante questo le intuizioni del giovane Nietzsche sono tanto forti quanto fondate ed inaspettate. Le intuizioni sulla tragedia greca portarono sgomento nel mondo intellettuale dell’epoca. L’antichità non viene esaminata da Nietzsche come un lontano eden fatato ma, in questo scritto, appare tutta la frattura del mondo classico. Il risanamento di questa frattura è anche il risanamento della società contemporanea all’autore.

Ne “La Nascita della Tragedia” si riesce ad intuire il bisbiglio nicciano che ci suggerisce la via della libertà, tale bisbiglio si insinua sommesso negli spiriti più intorpiditi ed accasciati, e dà un birivido agli speranzosi. “La Nascita della Tragedia” non parla solamente a chi si interessa di antichità, qui vengono indicati gli strumenti della liberazione in un’epoca incatenata da ogni parte. In questo libro l’ebbrezza e il sogno sono i mezzi mandati all’uomo per liberarsi.

Per la liberazione il mito greco ha due dei, Apollo e Dionisio. L’ebbrezza dionisiaca e il sogno apollineo sono i due strumenti di libertà che lo sguardo divinatorio di Nietzsche scorge nella natura umana.

Nietzsche ci svela che, nella tragedia greca, l’attore non esiste per lo spettatore. In realtà l’attore non agisce per lo spettatore, ma agisce per il coro. Lo spettacolo sulla scena è solo uno spettacolo in assoluto, uno spettacolo nello spettacolo. Lo spettacolo per lo spettatore è il coro, che agisce e contempla assieme. Lo spettatore, nella tragedia greca, guarda un’azione che è già spettacolo per chi agisce (il coro). Lo spettatore non è uno spettatore diretto, ma solo vede qualcuno che contempla uno spettacolo e glielo racconta, glielo fa vedere filtrato dai propri sentimenti. In questa maniera l’azione è un sogno e il distaccarsi dalla vita è talmente iniziale da confondersi con la vita stessa. Mentre lo spettatore moderno va a teatro per rilassarsi lo spettatore della tragedia greca assisteva allo spettacolo e conosceva qualcosa di più sulla natura della vita, perchè veniva contagiato dall’interno, investito da una contemplazione che già esisteva prima di lui. Una contemplazione che saliva dall’orchestra, suscitava la contemplazione dello spettatore e si confondeva con essa.

E’ grazie a questo velo dinnanzi agli occhi dello spettatore che subentrano nello spettacolo il sogno apollineo e l’ebbrezza dionisiaca. Il sogno e l’ebbrezza sono i mezzi che la saggezza antica usava per liberare l’uomo dal male della vita.

Intatti la vita per Nietzsche è lotta, distruzione, dolore, incertezza. Di fronte a questo l’uomo ha due possibilità. Può accettare la vita con rinunzia e con la fuga, tale è l’atteggiamento della morale cristiana; oppure l’uomo può accettare la vita come essa è, esaltandola. Così se Zaratrusta è il profeta dell’accettazione della vita Dionisio ne è il simbolo divinizzato.

Dionisio è l’affermazione religiosa della vita totale, è l’esaltazione entusiastica del mondo così come esso è; è l’esaltazione infinita dell’infinita vita. Dionisio è il dio dell’ebrezza e della gioia: egli bandisce ogni tentativo di fuga di fronte alla vita. Dionisio è il mezzo per poter accettare tutta la vita. Quest’accettazione trasforma il dolore in gioia, la lotta in armonia, la distruzione in creazione. L’accettazione stessa della vita rinnova profondamente la tavola di tutti i valori morali.

Per queste intuizioni “La Nascita della Tragedia” è un libro importante, inconsueto e geniale, già da questo primo libro Nietzsche delinea le linee che seguirà durante tutta la sua opera.

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Pubblicato su Classici, Filosofia, Filosofia Contemporanea, La Nascita della Tragedia, Letture Consigliate, Nietzsche
15 commenti su “Nietzsche, “La Nascita della Tragedia”
  1. mimhe scrive:

    yayayargh… ma hai copi-inollato l’introduzione al libro… dalla forma non si direbbe!

    Cmq super fondamentale capolavoro!

  2. fiak scrive:

    Ahahah
    Cmq non ho semplicemente “copi-incollato” l’introduzione del libro, l’ho riassunta in alcuni punti, esplicata in altri. Ho tenuto fuori un pezzo dell’introduzione con la quale sono in disaccordo e l’ho integrato con un commento che non è presente nell’introduzione.
    Poi ritengo ceh sia doveroso rifarsi ad alcuni testi vista la complessità dell’argomento.
    Cmq più o meno hai indovinato!!!!!!

  3. [...] romano la base della propria fortuna: gli schiavi. Per quanto riguarda Socrate Nietzsche ne “La Nascita della Tragedia” afferma che la forza del mondo greco era nel connubio tra apollineo e dionisiaco, e sempre [...]

  4. gianluca d'incà levis scrive:

    La NdT non è affatto un lavoro “strettamente filologico”: tant’è che a sette anni io, furentemente ‘mbibitone, come al filologo stretto non può naturalmente mai accedere d’essere, gettai giù in un singulto l’ingenua patetica notarella di cui qui segue la parte prima, della quale alfin quindi e così mi libero, ed, estinguendola, potrò finalmente preoccuparmi di andarne a compiere otto, semprechè a questo punto non mi tocchi prima invece di espellere anche della notarella la parte seconda, assai più cupa…

    Premessa

    Quale libro mai giace immoto, e chi l’ha reso afono proprio come un oggetto di pietra o di ghiaccio, congelandone i fluidi in fondo ad uno scaffale dimenticato;
    Non una scelta pretestuosa, o casuale: la N.d.T., soggetto SOLIDO, la base ideale a cui applicare la lente deformante dell’impulso dionisiaco, lo stravolgimento prospettico della bonaccia winckelmanniana;
    Il libro nascosto, celato, imprigionato all’interno degli spazi privati della speculazione accademica, del sapere dipartimentale; testo e trattato, tecnici e scientifici sino all’eccesso del formalismo paradossalmente esoterico, dogma sottratto al primitivismo sconfinato dell’assenza d’ambiti conchiusi, di specificità razionalizzante;
    Ma la fisiologia di questo modello appare incompleta, priva d’innesco; perchè avere in spregio solamente il dilettantismo, e non consentirsi d’irridere lo stesso sguardo che si è posto al di sopra di esso, avvilendone la pretesa di rigore epistemologico, di confinazione semantica, questo sangue troppo denso della filologia classica, che rischia di bloccarsi nelle arterie;
    contro la statuaria del pensiero;
    E perché mai, ci si domanda, proprio dovrebbe esser proprio la N.d.T. a costituire il migliore dei reagenti? L’esaltatore di potenza e potenzialità del Testo?
    Naturalmente per la materia da cui muove la tempesta personale; perchè non avremmo accettato di farci mostrare questa strada dagli angeli insopportabilmente azzurri di Swedenborg, noi che rifuggiamo dall’oltraggio della mistica della mistica come dalla scienza della scienza, convinti come siamo che l’unica salvezza del PROFONDO stia nella scienza della mistica.

    La Nascita della Tragedia
    La comprensione dei contenuti intellettuali del libro non appare problematica. Il lettore occasionale potrà agevolmente apprezzare l’originalità e lo slancio tipici dell’autore. Il filologo classico sarà invece costretto a negare la validità del modello, in quanto non sistematico, acroamatico. Vi è però forse qualcosa di più, in quest’opera, che ne fa un prodotto letterario molto particolare.

    La maggior parte dei testi religiosi ha questa peculiarità: al di là di ogni possibile esegesi linguistica, essi sono soprattutto dei contenitori di conoscenze, talvolta di Sruti: il testo di Nietzsche sembra a tratti partecipe di questo carattere.
    Il misticismo proprio dell’esperienza del Coro e di tutti gli spettatori della tragedia arcaica potrebbe avere come unico limite il proprio carattere di estasi a tempo determinato, in quanto al di fuori dello spettacolo di sogno generato dall’evento teatrale vero e proprio, il cittadino ateniese permaneva in uno stato di consapevolezza normale e la sua esperienza religiosa si riduceva ad una parentesi di durata limitata:
    (Raffonti e suggestioni: è qui possibile il raffronto con alcune esperienze spirituali dirette, tendenti alla vita unitiva, tipiche delle mistiche orientali, quali la condizione di non perpetua Samadhy -tappa intermedia nella ricerca dell’Assoluto Buddhista- o il fulmineo Satori Zen, in cui il rapporto con il Divino non è ancora continuo ma sopraggiunge ad intermittenza;
    per taluni, il raffronto è comunque possibile anche rispetto alle esperienze mistico-psichedeliche condotte nei primi anni ’60 negli Usa ad opera dl un gruppo di ricercatori attivi in svariati campi tra cui antropologi, tossicologi, psicologi, biochimici e studiosi di teologia, i quali provarono a servirsi di alcune sostanze psicoattive -LSD, psylocibe e mescalina- studiandone il rapporto con un’illuminazione di tipo spirituale; molti di essi abbandonarono, in seguito alla sperimentazione personale, ogni scetticismo farmacologico, giungendo a considerare tali droghe come degli autentici agenti trascendenti -forse la stessa funzione esercitata per gli ateniesi dal teatro?-, capaci di ridestare risorse e poteri sopiti e dimenticati dall’uomo civilizzato, ma sempre latenti: a tal proposito il ricercatore Usa W. Stace notava come in tali eventi la coscienza mistica non viene trattenuta per un tempo indefinito; si tratta per lo più di una “Esperienza di Vetta”).
    Durante lo spettacolo il tempo cessa di essere scandito in maniera consequenziale ed ogni attimo si relativizza in un tutto omogeneo di comprensione circolare; in una pastorizzazione antistoricistica, o meglio a-storica. Ci stiamo qui ponendo su un piano relativistico: la circolarità è forse quella dell’Eterno Ritorno? Nietzsche la definisce linearità; si tratta comunque di una linea; la ‘proprietà curvante’ potrebbe essere la forza emotiva messa in gioco dal singolo all’interno del proprio universo unitivo, forza capace di agire sulla struttura della materia-tempo; come lo spazio-tempo nella relatività generale è curvato dalla forza di gravità (forza primordiale, ancestrale, primigenia –divina?-), così la linea dell’Eterno Ritorno è curvata dalla forza arcana di trasfigurazione liberata attraverso l’esperienza del teatro. D’altronde, come nel mondo quotidiano vale ancora la fisica classica, e lo spazio ed il tempo rimangono disgiunti, e la massa corrisponde ancora alla realtà, così è per l’applicazione delle categorie esistenziali e filosofiche di riferimento: esse cambiano qualora ci si volga all’escatologia; qui l’universo respira sui ritmi della relatività, e così è per l’uomo che dopo la morte esce dall’ambito della fisica classica, cedendo la propria massa e perdendo l’identità sensoriale tra spazio e tempo.
    (da sviluppare, quest’altro parallelo con la fisica: il Warmhole: una possibile obiezione sulla non aristocraticità esistenziale dell’esperienza estatica: il dubbio sulla possibilità dell’onnipresenza del positivo dionisiaco istinto pagano)
    Le otto-dieci ore di rappresentazione divengono un’ esperienza atemporale ed anche i suoi contenuti spaziali sono stravolti: le maschere vengono trasfigurate.
    Naturalmente il tutto può risultare piuttosto difficile da digerire, e molti scettici si sentiranno perfino indignati nel constatare come possa venire presa sul serio una teoria che postula l’esistenza di una sensibilità ed una ricettività così sottili e stranianti, e per di più attribuita ad un intero popolo. Nietzsche eleva lo standard percettivo mistico di un intero popolo a livelli quasi intollerabili, e così facendo crea un sistema che potremmo definire religioso: esso non può ovviamente giovarsi di alcuna riprova storica, dato che il materiale di base è frammentario, nè intende avvalersi di indagini logico-dimostrative; l’interpretazione che ne esce può dunque essere accettata solamente attraverso una sorta di atto di fede (o di stile) che superi qualsiasi necessità apodittica.
    Alcune discipline umane di tipo razionalistico ed empirico, di fronte a tale questione adottano ovviamente posizioni riduttivistiche e sistematizzatrici.
    E’ questo il caso della psicanalisi-madre, quella sviluppatasi nella prima parte del nostro secolo principalmente attraverso l’opera fondamentale e macroscopica di Freud e Jung. Nella prima parte dei Tipi Psicologici , opera del 1921, Jung si cimenta con la Nascita della Tragedia, analizzandola.
    Egli procede attraverso affermazioni logico-deduttive corrette e chiuse all’interno della propria semantica analitica; vengono effettuati affermazioni, giudizi patologici, analisi intellettuali di ciò che appare inintellettuale, o perlomeno non esaurito nella sua ontologia dall’aspetto comprensibile.

    Il punto di vista di Nietzsche è così definito “troppo estetico”, e quindi non religioso (Jung non considera il possibile carattere pretestuoso di una scelta così precisamente tecnica, filologica ed estetica appunto: in realtà qualsiasi altro scenario contestuale sarebbe stato travolto nella stessa
    maniera dall’impeto a-razionalistico del filosofo, che avrebbe funto da canale desensibilizzante, in grado di assopire anche solo per momento, un’ipertrofica furia logica, e di consentire la viva contemplazione -nulla di ascetico o dl passivo- di una dimensione del tutto organica e possente, dove tutto può essere compreso, e poi vissuto, ad un livello di consapevolezza istintiva, pulsionale, profondo. Nietzsche viene qui mostrato come il paradigma ai un “inconscio collettivo manifesto” che in
    maniera erronea e quasi superstiziosa si prende per misticismo. Egli viene paragonato a Schiller per la sua semplicioneria, in quanto attribuisce all’arte la capacità dl conciliare le due tendenze fondamentali dell’Apollineo e del Dionisiaco “per un meraviglioso atto metafisico”, mentre secondo
    Jung il ricorrere all’arte è un errore, in quanto ciò non risolve il problema, ma lo sposta solo sul piano estetico e porta a disinteressarsi del vero lato religioso (in realtà totemico). La visione del filosofo sarebbe perciò parziale ed in definitiva errata e ne dimostrerebbe l’appartenenza alla tipologia umana “intuitiva con tendenza all’ introversione”.
    Jung, di cui è noto l’orientamento più spirituale della sua teoria psicanalitica rispetto a quella meramente sessuale e fisiologica freudiana, giunse a considerare la sete di trascendenza come un adattamento atavico, un’attitudine al feticismo sviluppatasi in migliaia di anni ed ormai presente come archetipo nella mente di ognuno: l’insieme di tali archetipi formerebbe appunto il lato religioso dell’uomo. La diagnosi è senz’altro corretta, e ci sentiamo di condividerla integralmente, per quando riguardo l’uomo comune. Forse però esse non risulta sufficiente a definire il complesso e incoerente universo spirituale di Nietzsche, risultando, rispetto a quest’ultimo, interpretazione di stampo piuttosto comportamentista e behaviourista.
    E per un attimo vediamo quasi Jung riavvicinarsi al suo rinnegato maestro, condividendo la di lui affermazione “Ci sia l’Ego dove ora c’è l’ Id” , che intendeva sottolineare come il vastissimo e disorganizzato calderone dell’inconscio fosse, almeno sul piano teorico, del tutto comprensibile ed esplicabile attraverso un’analisi di tipo kantiano, razionale (nel senso che per Kant l’uomo si risolve nella potenzialità della propria mente -conoscenza solo intellettuale-, ed egli è vicino quindi allo Jung della “metafisica è inconscio”. Senza dimenticare però l’affermazione di Kant quando egli nega che si possano “spacciare i confini della nostra ragione per confini della possibilità delle cose stesse”).
    L’avere compreso che la sfera spirituale dell’uomo non doveva essere sottovalutata nell’indagine psicologica resta comunque un evento di capitale importanza: dopo Jung, e grazie a lui, verrà sviluppandosi un nuovo tipo di psicologia, detta prima Umanistica (interessata ai concetti di amore, creatività,ecc.) e poi Transpersonale. Quest’ultima puo’ essere considerata un “effetto delle scoperte della fisica quantistica e della relatività” (vedi “Forma e sviluppo della coscienza” di L.B.Gilot); avvicinandosi ad una visione filosofica essa ammette e postula l’esistenza di un’area ultra-umana (psicologia trans-umanistica) che si riflette sulla psiche. Al centro della propria ricerca, tale disciplina pone le esperienze religiose, affiancandole a quelle più tecniche e fondate, ma non riducendosi più a queste.
    Questo nuovo orientamento relativistico e’ anche alla base della cosiddetta medicina olistica, con la quale il cosiddetto Quarto potere trans-umanistico interagisce, essendo l’approccio il medesimo.

    Ci troviamo percio’ di fronte ad un panorama nel quale la rivalutazione di valori quali “esistenza, cambiamento, autotrascendenza, co scienza unitaria, estasi, spirito” (A. Maslow citato da “Le potenzialità umane” di N. Drury), appare sistematica ed estesa a molti campi del sapere umano (vedremo poi i contributi fondamentali apportati dalla fisica e dalle scienze astronomiche contemporanee): le teorie positivistiche e biologistiche che per decenni hanno imperato appaiono sempre meno esaurienti e certe, avendo perduto il loro supporto teorico.
    Il ridimensionamento e la relativizzazione di ogni meccanicismo puro parrebbe indicare una nuova ottica più ampia, da cui guardare, liberi da quei pregiudizi oggettivi tanto indispensabili altrove, alle opere più strutturate, utilizzandole come base teorica corretta.
    Tale nuovo indirizzo cooperativo è ben riassunto in queste parole del Nobel per la fisica W. Heisenberg :”Il grande contributo scientifico alla fisica teorica venuto dal Giappone dopo l’ultima guerra può essere un indice dell’esistenza d’un certo rapporto fra le idee filosofiche presenti nella tradizione dell’estremo oriente e la sostanza filosofica della teoria dei quanti”.

    E’ ora evidente come tale atteggiamento moderno, vaccinato dalla paura di teismi metafisici, sia il più appropriato anche per affrontare i testi di Nietzsche.
    Essi appariranno senz’altro ben più vividi ed illuminanti, perché avvicinati con animo ormai privo di altero sospetto.
    Un esempio notevole di tale sblocco potrebbe essere quello occorso nel 1953 al filosofo francese Micheal Foucault: rileggendo alcune opere di Nietzsche tra cui la Nascita della Tragedia egli restò fulminato dai loro contenuti, cosa che non gli era capitata in tale misura ad una prima lettura giovanile. Un altro esempio di come l’accessibilità alla materia più profonda di un testo mistico sia proporzionale al grado di apertura mentale con cui la si avvicina.
    Siamo in realtà molto distanti qui dal voler proporre un credo vago basato sulla cieca venerazione del profeta Nietzsche. E’ ora più evidente però come, di fronte alla sua opera, sia possibile assumere contegni diversi che risulteranno decisivi nella comprensione del testo ( il lettore è già in rapporto con il testo prima di iniziarlo, in quanto sa già che lo affronterà da una precisa prospettiva, da un’ottica particolare: questo filtro culturale e soggettivo è destinato perciò ad interagire con lo scritto, influenzandone e pilotandone la comprensione).
    Nella Nascita della Tragedia, Nietzsche risolve l’ambivalenza di approccio conoscitivo tra razionalità e ricettività mistica in modo del tutto favorevole alla seconda.
    Egli attribuisce ai greci antichi la capacità di annullare la propria individualità e fisicità; dl accantonare, sia pur temporaneamente, il proprio involucro biologico insieme alla propria ragione, per lasciar espandere una parte più riposta di sè, un’anima nel senso spiritualistico (da chiarire comunque l’idea sostanzialmente fisiologica e dionisiaca dell’estasi nitzschiana) o addirittura nel senso ancora più radicale tipico di tutti i pensieri di matrice asiatica (Induismo, pensiero cinese, buddhismi, ma anche sciamanesimo centroamericano) ed in generale di ogni misticismo (anche Cristiano: Eckart, Swedenborg).
    La particolarità dell’idea del filosofo, rispetto a tutti questi pensieri religiosi, è il fatto che tale spinta sia semplicemente innata nel popolo greco, reminescenza di un’età dell’oro in cui il rapporto con la natura era immediato e reale, e viene ora riprodotto nel contesto culturale del teatro, inattuale, che trascende la dimensione mondana ed intellettuale, mostrandosi piuttosto come arena, come anfiteatro dove, in un’estasi di massa, è possibile lasciar sgorgare sè stessi. L’abbandono estatico è perciò raggiungibile piuttosto facilmente, in modo naturale, senza il bisogno di estenuanti tirocini gnoseologici, di meditazioni ed ascetismi, di percorsi durissimi e dolorosissimi verso il recupero di se stessi. I greci sembrano avere meno bisogno di cercare, hanno un accesso più facile all’assoluto; potrebbero forse connettersi ad esso ogniqualvolta lo desiderassero, ma disciplinano tale esperienza all’interno di un rituale come quello del teatro, che è si altamente evoluto, ma che appare tuttavia simile per significato ad alcune cerimonie tribali evocative comuni a molte popolazioni differenti.
    A proposito del raffronto a cui si è accennato in precedenza tra alcuni noti pensieri mistici (in particolare orientali) e quello di Nietzsche: in entrambi i casi siamo di fronte a forme di estasi (exstasis, l’uscire da sè), di rapporto con un qualche cosa di superiore, di più elevato, a cui si tende dal profondo di sè stessi.
    In entrambi i casi si cerca di risvegliare un’energia riposta e misteriosa che acquista centralità e si amplifica fino ad annichilare l’aspetto individuale del soggetto, permettendogli di sbarazzarsi della sua perimetrazione, del suo confino fisico, e di sentire la sua compartecipazione con il tutto insieme all’enorme forza divina (di una divinità dal carattere laico*, di principio di esistenza; atomismo spiritualistico, etere panteistico, ancora, Warmhole) di tale coesione.
    Per Nietzsche tale impeto è però endogeno: l’abbattimento degli ostacoli materiali permette sì di porsi al cospetto di qualcosa di super-essente, ma questo qualcosa è ancora interno all’uomo, alla sua fisiologia, al suo orgiastico carattere dionisiaco, ad una pulsione produttiva ma anche distruttiva nella sua veemenza. Ciò è tuttavia ben lontano da ogni gretto riduttivismo o biologismo: la sua è sì una fisiologia, ma tale forza, confinata nel corpo, riesce comunque a superare i limiti della abituale sensibilità, surclassandola e giungendo a rifondarsi su basi fisico-animistiche. Il corpo non nega l’anima: esso è l’anima. L’anima è l’esplosione del corpo, la sua sublimazione violenta, e non altro da essa. In una qualche misura essa segue quindi le esigenze del corpo: questo viene superato con un balzo mistico che appare però sogno, in quanto è sempre il corpo a fondare l’azione trascendente; è lui ciò da cui si parte e ciò a cui si torna; è lui il generatore dell’impulso ed in lui è già presente in nuce l’effetto di stranianza che seguirà, che pare così distinguersi solo quantitativamente da una matrice costituita della stessa sostanza.
    Da ciò e dal carattere orgiastico della manifestazione si deduce, perlomeno rispetto alle empatie classiche, un maggior contenuto utilitaristico, in quanto la finalità ultima non è puramente contemplativa ma agente, desidera affrancarsi, desidera giungere ad una condizione di estasi suprema che ha poco di pacificante.
    Tale impetuosa volontà dionisiaca non si concilia per nulla con l’atarassia tipica delle confessioni orientali.
    Questa gioia primordiale è al centro dell’intuizione estetico-psicologica per citare una definizione di G.Colli, che stacca Nietzsche sia dall’Oriente che dal suo mediatore più diretto, cioè Schopenhauer.
    Come già indicato, il momento fisiologico e psicologico non è che il motorino di avviamento di un processo più interiore e meno fenomenico che viene stimolato potentemente.

    E’ chiaro d’altro canto come non possa esistere una teoria interpretativa corretta della Nascita della Tragedia; le intuizioni più intense che la compongono sono di tale entità da non poter essere esaurite ed esplicate attraverso la pur magistrale prosa dell’autore.
    La vividezza reale di certe visioni folgoranti non può venire ritrasmessa che parzialmente attraverso l’utilizzo di un unico registro ed il risultato sarà inevitabilmente parziale.
    Il linguaggio, potremmo dire con il primo Wittgenstein, traveste la realtà (a maggior ragione una simile, non comune ed alquanto complessa realtà), svelandone alcune parti ma celandone così delle altre: una proposizione non potrà mai rappresentare la totalità di una situazione vissuta, ed il linguaggio perciò fallisce sempre. Come sostiene lo studioso di semantica A.Korzybski, La mappa non è il territorio.
    La relatività dei mezzi espressivi e conoscitivi (razionali) è un fatto universalmente riconosciuto. Le stesse scienze empiriche, come la chimica o la biologia, riescono a raggiungere delle soddisfacenti certezze nella specificità del loro campo d’azione proprio perchè sacrificano a tale fine parziale le pretese di afferrare una spiegazione totale dell’esistente.
    Nonostante ciò, numerosi sono gli esempi storici in cui una disciplina singola si è arrogata la facoltà di legiferare su scala universale, ponendosi come fondatrice e promulgatrice di tesi definitive.
    Abbiamo veduto anche come un ragionamento più elastico ed aperto rispetto a tali interpretazioni sia stato attuato dalla nuova psicologia transpersonale insieme alla medicina olistica e come il concetto fondamentale comune a tutte queste neonate discipline fosse quello di RELATIVISMO.
    E’ proprio questo termine (di cui sappiamo Nitzsche essere stato un precursore illuminato) ad aver ampliato a dismisura, negli ultimi decenni, la propria giurisdizione, divenendo criterio fondante, o ispiratore, di molte altre scienze.
    Ciò è avvenuto anche e soprattutto grazie alla nuova fisica di matrice idealistica: da essa infatti è partita una sorta di rivoluzione che ha coinvolto anche il pensiero scientifico. Sviluppatasi in Europa e negli USA a partire dagli anni ’70 -anche se i suoi prodromi risalgono agli anni ’50 e prima- , essa si è imposta con grande rapidità. Il primo mattone del nuovo edificio venne collocato da Einstein: egli ha il merito di avere fondato su basi scientifiche l’idea di relatività, fino ad allora affidata a discipline filosofiche e ad alcune teorie metafisiche e cosmologiche piuttosto vaghe. A lui si affiancarono subito scienziati del calibro di J.R.Oppenheimer, N.Bohr, W.Heisenberg, che contribuirono, insieme a molti altri, all’evoluzione di questo pensiero. Tra i suoi portavoce contemporanei figurano i nomi di molti fisici sub-atomici, tra cui F.Capra, E.Schroedinger, G.Zukav. Essi potrebbero forse essere definiti come i grandi pacificatori: le loro teorizzazioni più recenti, basate com’è ovvio anche sul riscontro sperimentale, appaiono a molti sbalorditive e quasi incredibili. Pare che finalmente, per questi irriducibili illuministi muniti di inflessibile ed ottusa razionalità, sia scoccata l’ultima ora: la loro musa scientifica, che essi dimostrano di non avere mai compreso al di fuori delle loro brulle sperimentazioni da laboratorio, si erge ora contro di loro, prendendo per mano la sua temutissima rivale, cioè la religione (laicizzata*)
    La teoria dei quanti, con il suo concetto di materia del tutto estraneo a quello della fisica classica, si dimostra quasi mistica; la scienza occidentale, dopo una genesi intellettuale millenaria che l’ha portata su posizioni opposte a quelle delle filosofie orientali, riconverge verso di esse, non più istericamente protesa verso il cogito ergo sum cartesiano. Questo non significa affatto rinuncia alla scienza.
    Il cammino occidentale, partito dalle prime mistiche greche (coeve di quelle asiatiche: VI sec.a.C.), si e’ evoluto intellettualmente per 2500 anni: forte di tutte le categorie che in questco periodo ha saputo creare, non le rinnega improvvisamente, ma proprio grazie ad esse riesce a scorgere un principio unificatore, un assoluto complesso.
    A qualcuno potrà apparire divertente l’idea paradossale secondo cui l’occidentale, rigidamente occupato a categorizzare per secoli, stia ora arrivando, dopo un lunghissimo tirocinio intellettuale, proprio dove l’orientale è sempre rimasto, serafico e disinteressato, estraneo ad ogni furia scientifica.
    Parrebbe quasi di trovarsi di fronte al messaggio della rinascita di Dio.
    Il concetto di intuizione (Dostoevskij), che sta alla base dell’esperienza dell’estasi, diviene centrale. Esso è associato alla componente razionale, e tenuto nello stesso conto di questa: l’emisfero cerebrale destro viene parificato per dignità al sinistro.

  5. schweiger scrive:

    Beh, non è certo un aforisma ma…è vero!!! Complimenti. L’hai pubblicato da qualche parte?

  6. ottoneage00 scrive:

    E una bibliografia no?

  7. ottoneage00 scrive:

    Anche gli asterischi non rinviano a una nota. Aggiungili!

  8. lucia tresta scrive:

    Letto anche questo! Sto pescando tutti i tuoi scritti sul web!! Ciao.

  9. fiak scrive:

    @lucia tresta
    Addirittura merito questo? Grazie!

  10. lucia tresta scrive:

    Le tue cose sono interessanti di sicuro Fiak…ma…io dicevo al tuo ospite Gianluca, che ho pedinato un pò in giro per internet…cmq grazie a te per l’ospitalità! Ciao.

  11. cris scrive:

    libro sommo

  12. cris scrive:

    A cui i commenti non guastano mai

  13. Luca & Giovanni scrive:

    Gianluca D’ inca Levis lo sai che Albert Hoffmann è morto?

  14. gianluca d'incà levis scrive:

    e abbastanza giovane pergiunta, saputa accoppiata d’evangelista e apostolo: non era forse nato il 19 aprile del ’43?

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